SLANCIO GIOVANILE
Slancio giovanile nasce con un obiettivo preciso: permettere ai giovani, unici portatori del vero cambiamento,di riappropriarsi della politica. L'obiettivo è realizzare uno spazio di aggregazione nel quale confrontarsi sui principali temi di attualità politica, presentare proposte, esprimere opinioni al fine di RICREARE UN NUOVO SENSO DI COMUNITA'.
venerdì 2 aprile 2010
mercoledì 31 marzo 2010
LA RIBELLIONE CONTINUA SOTTO SUPERFICIE
L’attentato di due giorni fa nella Metropolitana di Mosca segna il prepotente ritorno sulla scena internazionale del terrorismo di matrice islamica. A rivendicarlo un gruppo ceceno legato ad Al Qaeda. Il Caucaso è indubbiamente un’area geopolitica che, con i suoi molteplici oleodotti e gasdotti, legati agli stabilimenti off-shore del Mar Caspio, attira molteplici attenzioni da parte delle potenze internazionali. Ancora una volta il controllo delle risorse energetiche è la causa principale di un conflitto. Sulla questione caucasica il Cremlino subisce la differenza di vedute (peraltro sempre più frequente) di Medvedev e Putin. Se il primo non manca occasione di sottolineare la necessità che in Cecenia siano rispettati i diritti umani, più volte violati dall’esercito di Mosca, il secondo, subito dopo l’attentato, si è affrettato a ribadire, per l’ennesima volta, che l’obiettivo primario della Russia deve essere “l’eliminazione dei terroristi”. Ad ogni costo. Ma quale è il ruolo della religione islamica nella guerriglia cecena? Cosa sta succedendo a Grozny?
La mano forte del delfino di Mosca, Kadyrov, ha prodotto una apparente pacificazione. Il suo autoritarismo, oltre a non stabilizzare la regione, ha rafforzato i fondamentalisti islamici, capaci di attingere anche e soprattutto dalla popolazione civile, sempre più martoriata dalla grave crisi economico-sociale che caratterizza il paese.
Sono inoltre ancora frequenti gli episodi di corruzione, mafia e abusi degli amministratori locali, rapimenti. Eppure, Kadyrov continua a parlare di "prosperità", "stabilità" e "felicità del popolo ceceno". Grozny è stata ricostruita, ma la sbandierata stabilità è un mito creato ad arte, in Cecenia come in Russia, dai media. La ribellione non è terminata, ma continua sotto superficie, si riversa nelle confinanti repubbliche del Daghestan, dell' Inguscezia, del Tatarstan, fino a spingersi nelle province russe. Tale 'stabilità' è la stabilità della tirannia, non della pacificazione e della democrazia. Oggi nessuno osa opporsi agli abusi delle autorità, perché ogni tentativo di ottenere giustizia è spento dalle conseguenze in cui si potrebbe incorrere: rapimenti, persecuzioni e torture, unica lingua conosciuta da poliziotti e paramilitari.
giovedì 18 marzo 2010
lunedì 8 marzo 2010
IL FANTASMA DI UN PARTITO
RIPORTO INTEGRALMENTE L'ARTICOLO DI GALLI DELLA LOGGIA
IL FANTASMA DI UN PARTITO
La plastica si sta squagliando? Sembrerebbe. Certo è che coloro che si erano illusi dopo le elezioni del 2008 che il Pdl fosse diventato un partito più o meno vero, qualcosa di più di una lista elettorale, sono costretti ora a ricredersi. Non era qualcosa di più: spesso, troppo spesso, era qualcosa di peggio. Una corte, è stato autorevolmente detto.
Ma a quel che è dato vedere pare piuttosto una somma di rissosi potentati locali riuniti intorno a figuranti di terz’ordine, rimasuglio delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima Repubblica. E tra loro, mischiati alla rinfusa — specie nel Mezzogiorno, che in questo caso comincia dal Lazio e da Roma— gente dai dubbi precedenti, ragazze troppo avvenenti, figli e nipoti, genti d’ogni risma ma di nessuna capacità. E’ per l’appunto tra queste fila che a partire dalla primavera dell’anno scorso si stanno ordendo a ripetizione intrighi, organizzando giochi e delazioni, quando non vere e proprie congiure (e dunque non mi riferisco certo all’azione del Presidente Fini, il quale, invece, si è sempre mosso allo scoperto parlando ad alta voce), allo scopo di trovarsi pronti, con i collegamenti giusti, quando sarà giunto il momento, da molti dei cortigiani giudicato imminente, in cui l’Augusto sarà costretto in un modo o nell’altro a lasciare il potere.
Da quel che si può capire, e soprattutto si mormora, sono mesi, diciamo dalla famigerata notte di Casoria, che le maggiori insidie vengono a Berlusconi e al suo governo non già dall’opposizione ma proprio dalla sua stessa parte, se non addirittura dalle stesse cerchie a lui più vicine. Al di là di ogni giudizio morale tutto ciò non fa che mettere in luce un problema importante: perché mai la destra italiana, durante la bellezza di quindici anni, e pur in condizioni così favorevoli, non è riuscita che a mettere insieme la confusa accozzaglia che vediamo? Perché non è riuscita a dare alla parte del Paese che la segue, e che tra l’altro è quasi sicuramente maggioritaria sul piano quantitativo, niente altro che questa misera rappresentanza? Certo, hanno influito di sicuro la leadership di Berlusconi e la sua personalità.
Il comando berlusconiano, infatti, corazzato di un inaudito potere mediatico- finanziario, non era tale da poter avere rivali di sorta assicurandosi così un dominio incontrastato che almeno pubblicamente ha finora messo sempre tutto e tutti a tacere; la personalità del premier, infine, ha mostrato tutta la sua congenita, insuperabile estraneità all’universo della politica modernamente inteso. E dunque anche alla costruzione di un partito. La politica, infatti, non è vincere le elezioni e poi comandare, come sembra credere il nostro presidente del Consig l i o ; è prima a v e r e un’idea, poi certo vincere le elezioni, ma dopo anche convincere un paese e infine avere il gusto e la capacità di governare: tutte cose a cui Berlusconi, invece, non sembra particolarmente interessato e per le quali, forse, un partito non è inutile.
Ma se è vero che il potere e la personalità del leader sono state un elemento decisivo nell’impedire che la Destra esprimesse niente altro che Forza Italia e il Pdl, è anche vero che né l’uno né l’altra esauriscono il problema. Che rimanda invece a caratteristiche di fondo della società italiana che come tali riguardano tanto la Destra che la Sinistra. In realtà, il verificarsi simultaneo della caduta del Muro di Berlino e di Mani pulite ha significato la fine virtuale di tutte le culture politiche che la modernità italiana era riuscita a mettere in campo nel Novecento (quella fascista avendo già fatto naufragio nel ’45). È quindi rimasto un vuoto che il Paese non è riuscito a colmare. Non si è affacciata sulla scena nessuna visione per l’avvenire, nessuna idea nuova, nessun’indicazione significativa, nessuna nuova energia realmente politica è scesa in campo. Niente.
Il risultato è che in Italia i capi politici più giovani hanno come minimo superato la cinquantina. Ma naturalmente il vuoto è più sensibile a destra, e più sensibili ne sono gli effetti negativi, perché lì la storia dell’Italia repubblicana non ha costruito nulla e dunque non ha potuto lasciare alcun deposito; che invece è rimasto solo nel centro-sinistra, erede di un ininterrotto sessantennio di governo del Paese tanto al centro che alla periferia. Così come nel centro-sinistra sono rimasti quasi tutti i vertici della classe politica che fu cattolica o comunista, portando in dote la propria esperienza e le proprie capacità. Mentre alla Destra è toccato solo il resto: a cui poi, per il sopraggiunto, generale, discredito della politica, non si è certo aggiunto il meglio del paese.
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venerdì 29 gennaio 2010
IL LAVORO CON LA L MAIUSCOLA E' SCOMPARSO
Quali sono i problemi che affliggono i giovani di oggi? La nostra generazione è meno fortunata di quelle precedenti? Quante possibilità abbiamo di costruirci un futuro? A queste domande tenta di fornire una risposta la scrittrice Serena Zoli che nel suo libro, “ La generazione fortunata”, offre un quadro degli effetti negativi prodotti dal capitalismo sfrenato degli ultimi anni, concentrandosi sulla costante svalutazione del fattore produttivo lavoro e sulle attuali difficoltà che i giovani devono affrontare per costruirsi un avvenire migliore.“Il lavoro con la L maiuscola è scomparso. Il lavoro che aveva influenzato con la propria etica i comportamenti, che era diventato centro della vita, strada verso la libertà e forma di protagonismo sociale non c’è più". Ora, continua la scrittrice, il problema è trovare un modello alternativo in un mondo peraltro in cui il sindacato ha perso la propria capacità rappresentativa. I giovani non riescono più a fare gruppo e, entrando ed uscendo continuamente dal posto di lavoro, non riescono più a sentire le appartenenze, ad aggregare le idee. Ci deve essere un’alternativa alla mercificazione dei dipendenti, ad un mondo dove si parla ormai solo di contratti di somministrazione e fornitura”. Il testo non intende essere una nostalgica commemorazione del posto fisso (che peraltro non esiste più già da tempo), bensì vuole porre l’accento sulla precarietà del lavoro, fortemente accentuatasi negli ultimi anni, che inevitabilmente diventa precarietà della vita. Ormai non dobbiamo più chiederci se la globalizzazione sia giusta o sbagliata. Su questo punto molti esperti sono intervenuti e continuano a dare il loro contributo. Il vero problema è, invece, ridare dignità e importanza al fattore produttivo lavoro, facendo in modo che esso ritorni ad essere motore dell’economia. I “duraturi” contratti a tempo determinato, le numerose forme di lavoro atipico, gli stage, presentati come importanti occasioni per il raggiungimento di una futura assunzione aziendale (una balla nella grande maggior parte dei casi), non permettono ai giovani di costruirsi un avvenire.
Le proposte, per ovviare a questa situazione, sarebbero:
- dare il giusto riconoscimento retributivo (e non solo) alle forme di lavoro precario. È necessario, infatti, fare in modo che anche i lavoratori precari comincino a sentire l’appartenenza all’azienda;
- garantire al lavoratore (a determinate condizioni temporali) tutele nei periodi di inoccupazione.
Durante tali periodi sarebbe opportuno, inoltre, che lo stato (o chi per lui) si impegnasse a ricollocare il lavoratore nel mercato del lavoro, all’interno del settore in cui ha sviluppato, fino al momento della “non conferma del posto di lavoro”, maggiori attitudini, oppure in settori affini. Garanzie di questo tipo permetterebbero di rivalorizzare il Lavoro e, in seconda battuta, di liberare i lavoratori e noi giovani, dal senso di vuoto ed incertezza che ci circonda.
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AVANTI CON LE RIFORME
"L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nei modi e nei limiti previsti dalla Costituzione".
Su un'incauta proposta di modifica dell'articolo 1 della nostra Costituzione, da parte del Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, i buoni propositi di dialogo, manifestati dalle forze politiche per il 2010, hanno registrato una battuta d'arresto. Inevitabilmente. Brunetta avanzando l'ipotesi di riforma anche della prima parte della costituzione, ha affermato, nello specifico, che l'articolo 1, così impostato, non "significa nulla". Dire che la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro non significherebbe assolutamente nulla. Un'esternazione, a mio parere, poco felice che potrebbe ironicamente motivarsi con la ferma volontà del governo di far passare come inadeguato e "retrò" tutto ciò che si richiami (anche lontanamente) all'ideologia comunista. Ipotesi, peraltro, avvalorata da un fazioso articolo apparso stamane su Il Giornale di Vittorio Feltri. Oppure si potrebbe retoricamente affermare che essendoci poco lavoro, sopratutto nel mezzogiorno, l'articolo 1 della costituzione rappresenti una presa per i fondelli nei confronti degli italiani e che, pertanto, sia arrivato il momento, in uno slancio di sincerità verso i cittadini, di sostituire la parola lavoro o cambiare interamente l'articolo 1.
Qualunque sia la motivazione si aprirebbe però un'altra questione: come si intenderebbe sostituire la parola lavoro? Con "evasione fiscale"? Con "lobbies"? Con "caste"? Con "mercato" ? Oppure con "complicità" unica ragione, secondo il grande Montanelli, che teneva e tiene uniti gli italiani?
A.A.A. CERCASI SENSIBILITA' POLITICA
Aveva promesso durante la campagna elettorale dello scorso anno di cambiare gli Stati Uniti d’America, messi in ginocchio dalla disastrosa amministrazione repubblicana degli anni precedenti. Fin dalla sua discesa in campo Barack Obama si è fatto promotore di una politica avente come obiettivo principale la riunificazione della società americana, lacerata da scellerate ed inique politiche fiscali, dalla guerra al terrorismo fondamentalista, da un approccio tendenzialmente ideologico nella trattazione di spinose questioni ( cellule staminali, aborto, conflitti in Afghanistan ed Iraq). I valori comuni hanno rappresentato e rappresentano la piattaforma della politica di Obama. Il dialogo è la via maestra sia in politica interna che estera. Le relazioni internazionali non sono più sottoposte ad un giudizio morale, ad una misera e facile divisione del bene dal male e la politica interna è incentrata su progetti ambiziosi, sul tentativo di realizzare riforme considerate “necessarie e non più procrastinabili”, anche a costo di rompere equilibri politico-economici decennali. Ecco il coraggio, l’andare oltre l’ostacolo. Rendersi finalmente conto di ciò che non funziona o di ciò che è totalmente mancante per migliorarlo e renderlo più efficiente o per tentare, addirittura, di costruirlo. La riforma sanitaria è stata una delle promesse di Obama in campagna elettorale, oltre che il “cruccio” politico di tante amministrazioni democratiche del passato. Ha ritenuto che l’assenza di copertura finanziaria delle cure mediche per 47 milioni di americani fosse un problema non più trascurabile, un bisogno impellente che una democrazia avanzata come quella americana non poteva più sottrarsi dall’affrontare, che la politica doveva tornare ad occuparsi concretamente dei problemi dei cittadini. E ha cercato, in tal senso, di ottenere un consenso bipartisan più ampio possibile. Un dialogo che, nonostante la dura contrapposizione delle lobbies assicurative, comincia a dare i suoi frutti con i primi via libera del Congresso a un progetto che estenderà la copertura assicurativa a 34 milioni di americani. Ma ciò che mi preme sottolineare è la sensibilità che caratterizza la attuale classe dirigente americana nell’individuare le vere esigenze del paese, il fatto che Obama sia consapevole della necessità di agire, adottando anche provvedimenti coraggiosi che possano, almeno parzialmente, soddisfarle. Anche l’Italia ha un bisogno impellente di riforme economico-sociali. Ma le uniche riforme (o mascherate come tali) di cui si sente parlare sono quelle della giustizia. Mentre il mercato del lavoro e gli ammortizzatori sociali, due dei settori bisognosi di concreti ripensamenti, vengono volontariamente lasciati ai margini di qualsiasi confronto o dibattito.
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martedì 8 dicembre 2009
LA VISITA DI BERLUSCONI A MINSK: SOLO MOTIVAZIONI COMMERCIALI?
Il premier Silvio Berlusconi dimostra costantemente di considerare il governo dell’Italia come mera amministrazione di una azienda. Una condotta che trova applicazione in tutti i settori, anche in politica estera, campo in cui (al pari di altri) il premier dovrebbe fornire spiegazioni convincenti sulla condotta del governo, sulla strategia dell’Italia riguardo i rapporti politico-internazionali, sulle motivazioni che portano il nostro paese ad essere, in questo momento, più vicino a personaggi a dir poco discutibili come Putin, Gheddafi e Lukashenko piuttosto che a Sarkozy, alla Merkel, al Presidente Obama. La recente visita ufficiale a Minsk non può che far ulteriormente riflettere. Lukashenko viene considerato, dagli addetti ai lavori, come l’ultimo spietato dittatore presente in Europa. E’ sospettato di violazioni dei diritti umani e brogli elettorali e reprime sistematicamente il dissenso con la pena di morte e il carcere duro. Ha creato, inoltre, durante le ultime elezioni un clima di terrore e minacce che ne hanno condizionato il risultato, confermandolo alla presidenza con l’83% delle preferenze. Osservando i rapporti con Putin e Gheddafi ho sempre pensato, pur non avallandole, che le motivazioni che portavano il premier a coltivare gli stessi fossero esclusivamente commerciali, che l’obiettivo fosse semplicemente l'intensificazione delle relazioni economiche dell’Italia con Russia e Libia, l'aumento degli investimenti dell’imprenditoria italiana, soprattutto del campo energetico, in entrambi i paesi. Motivazioni commerciali così importanti da soppiantare quei valori europei che tradizionalmente l’Italia da più di sessanta anni si impegna a preservare e rafforzare. Ho cercato in un certo senso ( anche se è tremendamente complicato) di giustificare il premier, che per l’ennesima volta aveva pensato, appunto, di presiedere il consiglio di amministrazione di una delle sue innumerevoli aziende e non il governo del paese. Non riuscivo ( e non riesco tuttora) a dimenticare che il mio paese stava facendo affari con chi è sospettato dell’omicidio di Anna Politovskaya e di altri addetti della carta stampata, nonché delle atroci violazioni dei diritti umani in Cecenia, con chi non riconosce le libertà personali e politiche fondamentali, con chi reprime il dissenso e non accetta aprioristicamente il confronto con idee diverse dalle proprie. Poi nei giorni scorsi Berlusconi si reca a Minsk e nell’incontrare Lukaschenko afferma testualmente “grazie a lei e al suo popolo, che so che la ama, e questo è dimostrato anche dai risultati elettorali, che sono sotto gli occhi di tutti”. In pratica una esaltazione del consenso e un ignorare totalmente le modalità attraverso le quali lo stesso è stato costruito. Quel consenso che è diventato, di questi tempi, per il premier una fissazione, l’origine e la giustificazione di qualsiasi decisione politica, lo scudo attraverso il quale cercare di motivare e proteggere le leggi ad personam del suo governo. Un’ossessione che lo ha, forse, portato a recarsi “frettolosamente” a Minsk, per chiedere al suo amico Lukashenko, che di mantenimento del consenso se ne intende, preziosi consigli. Alla luce di alcuni scricchiolii che si registrano, in tal senso, sempre più frequentemente.
venerdì 6 novembre 2009
VITE DA PRECARI
RIPORTO TRE STORIE DI PRECARIATO SCELTE DAL SITO DI REPUBBLICA ED INDICATIVE DELLE ATTUALI DIFFICOLTA' DEI GIOVANI A PROGETTARE SERIAMENTE IL PROPRIO FUTURO.
"Eccomi qui insieme a tutti gli altri per raccontare la mia storia di precariato. Laurea in sociologia e master . Dopo un susseguirsi di stages e tirocini finalmente il primo lavoro in un call center: allo scattare di un’ora e mezza di lavoro che consisteva nel rompere le palle alla gente per inutili sondaggi telefonici avevi diritto a ben 7 minuti e mezzo di pausa. Dopo l’esperienza call center arriva finalmente una proposta di lavoro buonina a seguito di un tirocinio di 6 mesi. Per circa un anno vado avanti con contratti trimestrali. Poi un grande passo avanti sulla durata del contratto e sullo stipendio. Tra un po’ si esaurisce la sabbiolina della clessidra del mio contratto e quella del successivo contratto durerà molto meno: 3 mesi a uno stipendio mensile fortemente ridotto. Ecco il bel risultato dei fantastici contratti del nuovo millennio. Si chiamano a progetto ma non permettono di progettare, e di diventare autonomi, considerando anche i prezzi degli affitti immobiliari!"
"Laureato in Legge, parlo 3 lingue straniere. Ho alle spalle esperienza nel campo del giornalismo (quotidiani, Tv, Radio) eppure mi ritrovo - ad un anno dal conseguimento della laurea - a fare il praticante gratuitamente, a dispetto delle 10 ore di lavoro quotidiane. Ho cercato alternative, inviando curricula ad aziende, giornali, banche, televisioni...risultato: zero euro, zero prospettive e l'incubo, laddove l'esame per diventare avvocato dovesse non andare bene al primo colpo, di arrivare a 30 anni, senza il becco di un quattrino, ancora finanziato dai miei genitori. E meno male che vivo nel "ricco" nord-est".
"Laureato a 25 anni(corso di laurea 5 anni) adesso ne ho 29 e alle spalle due stage uno di 4 mesi e uno di 6 non retribuiti, sono al terzo rinnovo di un contratto a progetto a 850,00 € e ne pago 450 d'affitto a milano che non è la mia città, basta come storia? o bisogna renderla ancora più commovente?"
"Laureato in Legge, parlo 3 lingue straniere. Ho alle spalle esperienza nel campo del giornalismo (quotidiani, Tv, Radio) eppure mi ritrovo - ad un anno dal conseguimento della laurea - a fare il praticante gratuitamente, a dispetto delle 10 ore di lavoro quotidiane. Ho cercato alternative, inviando curricula ad aziende, giornali, banche, televisioni...risultato: zero euro, zero prospettive e l'incubo, laddove l'esame per diventare avvocato dovesse non andare bene al primo colpo, di arrivare a 30 anni, senza il becco di un quattrino, ancora finanziato dai miei genitori. E meno male che vivo nel "ricco" nord-est".
"Laureato a 25 anni(corso di laurea 5 anni) adesso ne ho 29 e alle spalle due stage uno di 4 mesi e uno di 6 non retribuiti, sono al terzo rinnovo di un contratto a progetto a 850,00 € e ne pago 450 d'affitto a milano che non è la mia città, basta come storia? o bisogna renderla ancora più commovente?"
lunedì 19 ottobre 2009
OBAMA: TRA PREMIO NOBEL ED AFGHANISTAN
Molti “addetti ai lavori” hanno accolto con riserve e stupore l’assegnazione del premio Nobel per la pace al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Dal 20 gennaio, giorno del suo insediamento alla Casa Bianca, Obama ha cercato di dimostrare agli americani e al mondo intero che la sua presidenza voleva (e vuole) lasciarsi alle spalle otto anni di amministrazione repubblicana, realizzando quella discontinuità politica, rispetto a George W. Bush, ripetutamente promessa durante l’emozionante campagna elettorale del 2008. Un atteggiamento che, più dei risultati (peraltro scarsi) finora concretamente ottenuti, avrebbe convinto la commissione ad assegnarli il prestigioso riconoscimento. Si è parlato di premio alla strategia della “mano tesa” che, partendo dalla convinzione di poter risolvere i problemi globali solo attraverso il dialogo e il mutuo rispetto tra gli stati, Obama ha provveduto a sostituire alla dottrina della “guerra preventiva” basata anche e soprattutto sulla necessità di un giudizio morale nell’ambito degli affari internazionali e sulla autoconvinzione, in base a tale criterio, che gli Stati Uniti fossero il bene e che altri stati, come Siria, Nord Corea e Iraq, sospettati di appoggio al terrorismo internazionale, rappresentassero il cosiddetto “asse del male” col quale sarebbe stato impossibile relazionarsi diplomaticamente. Un premio, quindi, agli atteggiamenti tenuti fino ad ora dal Presidente americano: la rinuncia allo scudo antimissile previsto da George W. Bush in Polonia e Repubblica Ceca, l’accordo con la Russia per la riduzione delle testate nucleari, la ripresa dei negoziati con l’Iran all’interno del gruppo dei 5+1, il riavvicinamento con la Corea del Nord di Kim Jong-il, l’impegno per l’ambiente e la drastica riduzione dei gas serra, il discorso all’Islam pronunciato al Cairo, la condanna delle tecniche di “interrogatorio rafforzato” utilizzate a Guantanamo e la proposta di chiusura della stessa base militare, la riduzione delle truppe in Iraq, il disgelo con la Siria di Assad.
Ma la patata bollente era e rimane l’Afghanistan. Come farà, dicono i detrattori, il premio Nobel per la pace Obama a giustificare l’ulteriore aumento del contingente in Afghanistan? Come spiegherà l’intensificazione delle operazioni militari americane nella terra dei mullah?
La lotta al terrorismo fondamentalista, che Obama ha giustamente deciso di concentrare in Afghanistan ed in Pakistan, rimane però la priorità assoluta degli Usa in politica estera. Per il Presidente americano il confine tra Afghanistan e Pakistan è “la zona più pericolosa del mondo per gli americani e per il resto della Comunità Internazionale e lo smantellamento di Al Qaeda in Pakistan diventa l’obiettivo primario”. Dal 2001, anno dell’attacco americano al regime talebano, il quadro generale nell’Afpak registra pochi miglioramenti: i talebani e i membri di Al Qaeda hanno trovato rifugio in Pakistan e da qui, riorganizzandosi, hanno potuto rilanciare l’offensiva contro l’esercito regolare afgano e il governo filo-occidentale di Karzai che, probabilmente, sarà rieletto, nonostante l’accertamento di brogli alle recenti elezioni, presidente dell’Afghanistan. La talebanizzazione del Pakistan è una delle innumerevoli conseguenze prodotte da questa guerra e il pericolo che i terroristi islamici si approprino dell’arsenale nucleare di Islamabad è un rischio che le democrazie occidentali non possono correre. Ecco perché Obama sta concentrando i suoi sforzi sull’Afpak. Sforzi che gli hanno permesso di incassare il sostegno dei talebani moderati, disposti a riconoscere il governo di Kabul, e del presidente pakistano Zardari, maggiormente motivato, rispetto al suo predecessore Musharraf, a tagliare i legami tra i talebani e le forze governative. Per varie ragioni, l’Afghanistan rappresenta in questo momento il “Problema”. Innanzitutto per la costante influenza esercitata nel paese dai “signori della guerra”, interessati esclusivamente ad accrescere il loro business attraverso la produzione dell’oppio e il traffico di armi. L’altra ragione, non meno trascurabile è, a mio parere, Karzai. Una guerra per la democrazia, come ci viene propinata da otto anni, non potrà essere combattuta sostenendo un uomo che potrebbe essere rieletto presidente grazie a pesanti brogli elettorali. Allora viene spontaneo chiedermi: che concezione di democrazia abbiamo noi occidentali? Possiamo accettare una democrazia basata sul nulla? Con queste premesse potremo mai riuscire a far interiorizzare agli afgani il metodo democratico?
Penso, anzi sono sicuro, che un premio Nobel per la Pace si sia già posto queste domande, anche più di una volta. Spero però vivamente che, al contrario del sottoscritto, abbia trovato le giuste risposte. E agisca di conseguenza.
LEGGI ANCHE SU STRADE IMBATTUTE INNANZITUTTO ABBIAMO DEI DOVERI DA RISPETTARE
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