"Nel campo delle politiche del lavoro occorre uscire da logiche puramente difensive e liberarsi da vecchi riflessi di arroccamento attorno a visioni e conquiste del passato. Rispetto a mutamenti innegabili e a scelte ineludibili di riequilibrio e rinnovamento nel sistema delle garanzie e delle tutele, a favore soprattutto dei meno protetti, occorre liberarsi dallo spirito di fazione per dare quel segno di maturità della nostra vita democratica che da troppo tempo si attende".
Sono le parole, pronunciate durante la cerimonia per la commemorazione del giuslavorista Marco Biagi ucciso dalle brigate rosse il 19 marzo 2002, con le quali il Presidente della Repubblica Napolitano ha rivolto l’ennesimo invito alle forze politiche e sociali del nostro paese a dialogare sui temi del lavoro alla luce, e non solo, dell’attuale crisi economica mondiale, che sta polverizzando numerosi posti di lavoro anche in Italia.
L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro recita l’articolo 1 della Costituzione. Peccato che le politiche adottate dai vari governi negli ultimi vent’anni abbiano contribuito a creare solo lavoro precario. La legge Biagi, individuata da molti come “matrice di tutte le ingiustizie e causa principale della precarizzazione selvaggia dei giovani” non ha fatto altro, invece, che ingrossare quel mercato marginale del lavoro le cui basi erano state poste dall’introduzione, oltre che del contratto formazione-lavoro (1983) e del part-time (1984), del pacchetto Treu nel 1997. Con questi provvedimenti i governi italiani, di qualsiasi colore politico, hanno cercato di adeguarsi ad un mercato che, facendosi sempre più globalizzato, produceva forme di lavoro talmente flessibili che richiedevano e necessitavano di una regolamentazione. L’errore più grande è stato permettere alle aziende di ricorrere massicciamente e reiteratamente a queste nuove forme contrattuali (su tutte il lavoro interinale e la collaborazione coordinata e continuativa, trasformatasi con la legge Biagi in contratto a progetto), in quanto vantaggiose dal punto di vista contributivo e temporale nonché completamente slegate da qualsiasi tutela sindacale, ponendo le basi per quella dualità che caratterizza attualmente il nostro mercato del lavoro. Sono molteplici gli esempi di aziende in cui lavoratori ipertutelati lavorano fianco fianco con colleghi che, pur essendo più qualificati, svolgono le stesse mansioni con un contratto a scadenza, caratterizzato da scarse tutele e contributi talmente bassi da rischiare fortemente un domani di ricevere una pensione da fame. Siamo un paese che paradossalmente garantisce maggiore protezione, grazie alle importanti conquiste sindacali degli anni sessanta e settanta, ai lavoratori a tempo indeterminato piuttosto che a quelli a tempo determinato. Un paese che ha, nell’ultimo ventennio, creato un mercato del lavoro aggiuntivo a quello, già esistente, del posto fisso, nel quale per entrarci bisogna avere santi in paradiso. Un paese in cui ci sono lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Una democrazia immatura, in quanto incapace di stabilire regole uguali per tutti.
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