Ieri è stata diffusa dalle più importanti agenzie di stampa la notizia che l’Iran sarebbe favorevole ad una riapertura dei colloqui con il gruppo dei 5 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Cina, Russia) + 1(Germania), riguardo la questione del proprio programma nucleare. È il primo concreto segnale positivo del regime degli Ayatollah in direzione di quella nuova stagione politica, fondata sul dialogo e il rispetto reciproco, il cui inizio era stato auspicato dal presidente americano Barack Obama , circa tre settimane fa, rivolgendosi, con un video messaggio, a Teheran, dopo 30 anni di congelamento delle relazioni diplomatiche tra i due paesi.Un messaggio, quello di tre settimane fa, dal grande significato storico-politico, perché dalla rivoluzione khomeinista del 1980, che portò alla destituzione dello scià filo-americano Reza Palevi, i due paesi non si erano più parlati. Con George W. Bush e dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 i rapporti erano ulteriormente peggiorati in quanto l’amministrazione repubblicana aveva inserito l’Iran in una lista di “stati canaglia”, assieme a Corea del Nord e Siria, perchè sospettato di sostenere militarmente ed economicamente i terroristi islamici. Alcuni esperti sostennero ripetutamente il fatto che Bush avesse messo a punto, durante la sua presidenza, piani di attacco militare anche contro Teheran in nome di quella dottrina della guerra preventiva che ha influenzato la politica estera americana negli ultimi otto anni. Probabilmente le difficoltà, non proprio imprevedibili, riscontrate nella guerra in Iraq e in Afghanistan lo avrebbero successivamente convinto a rallentare i tempi di attuazione degli stessi, arrivando per fortuna alla fine del suo secondo ed ultimo mandato.
Bisogna, senza dubbio, riconoscere le difficoltà in cui Bush si è trovato ad operare. L’11 settembre 2001 (cioè il primo attacco subito dagli Usa sul proprio territorio dai tempi di Pearl Harbor) ha condizionato tutta la sua presidenza. Da lì sono scaturite la giusta guerra in Afghanistan contro un regime, quello dei talebani, che sosteneva, logisticamente e finanziariamente Al Qaeda, ma anche la avventata e immotivata guerra all’Iraq, vero prodotto della dottrina Bush, lanciata su informazioni di intelligence (presenza di armi di distruzione di massa sul territorio iracheno) che non avrebbero avuto mai riscontro, oltre alla rottura totale delle relazioni diplomatiche con paesi considerati semplicemente come nemici, in quanto fiancheggiatori del terrorismo islamico, e pertanto non degni di alcuna possibilità di dialogo.
Tutte situazioni in cui gli Stati Uniti oggi si trovano impantanati, costituendo una vera e propria zavorra per Obama.
Con questa importante apertura al dialogo da parte di Teheran, “Mister Obama” ha ottenuto un primo piccolo ma significativo risultato.
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