Secondo un sondaggio Ipsos, pubblicato dal Sole 24, il PDL raggiungerebbe, tra gli operai, il 43,4% dei consensi contro il 22,4% del PD.
“Sono convinto ha affermato Giorgio Tonini, responsabile dell'area studi e formazione del Pd, che il problema sia soprattutto di comunicazione politica”. Inoltre, continua Tonini, il minor peso dell'appartenenza ideologica dell'elettore sancisce una maggiore mobilità del voto della quale anche il PD, oggi all'opposizione, potrebbe beneficiare in futuro. Le fasi politiche, conclude, possono essere capovolte”. La portata negativa del sondaggio è completata dal fatto che il PD perde consensi in tutte le categorie professionali, dai lavoratori autonomi agli operai, passando per i laureati e le casalinghe.
Ma il dato che più fa riflettere è, senza dubbio, quello sui lavoratori dipendenti. Perché il PD e gli operai sono in questo momento così lontani? Tonini parla di “inefficacia della comunicazione politica” e “riduce” le speranze di recupero del PD alla facile mobilità che caratterizza il voto degli elettori, capaci ormai di passare con estrema facilità da uno schieramento politico all’altro. In realtà le ragioni di questo crollo sono altre e ben più profonde.
Innanzitutto l' incapacità del partito di esprimere una leadership forte, capace di tenere insieme le due anime, quella cattolico-popolare e quella socialista-riformista, divise su tutte le principali questioni, dai temi etici a quelli della collocazione europea, e unite esclusivamente nell’atteggiamento di appeasement verso Berlusconi. Un’assenza di leadership che non ha permesso al PD di fornire una visione dell’Italia che fosse alternativa a quella del PDL.
Walter Veltroni aveva nel suo discorso del 27 giugno 2007, al Lingotto di Torino, ambiziosamente lanciato l’idea di un’Italia unita, in cui Nord e Sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi, lasciando da parte ciò che li divideva, collaborassero per la costruzione di un Italia nuova in cui libertà e giustizia sociale, crescita economica ed equa ripartizione della ricchezza potessero convivere. Insomma una rivoluzione culturale prima che politica. Per dirla metaforicamente nasceva in quel momento una nuova macchina che però sarebbe stata affidata a piloti (alcuni addirittura al governo fino a pochi mesi prima), fortemente restii ad abbandonare il vecchio sistema di guida per adottarne uno nuovo. D’Alema con la sua fondazione Italianieuropei, Bersani, Rutelli e i teodem, Parisi e i prodiani avrebbero ben presto cominciato a minare la leadership di Veltroni, costringendolo alle dimissioni.
Ora il discorso è sospeso, in attesa del congresso nazionale di ottobre, anche se Franceschini ha forse dimostrato di avere maggior piglio del vecchio segretario.
Premesso che si potrebbe discutere su molte altre scelte del PD, dalle alleanze politiche alla adozione di una vocazione estremamente maggioritaria, passando per una struttura organizzativa “leggera” e poco propensa al radicamento territoriale, la causa primaria del distacco dagli operai è, a parer mio, l’ipocrisia dei suoi vertici.
Un aspetto legato ad un processo che parte da molto lontano. Dagli anni in cui si sbandierava, da un lato, la necessità di regolare il conflitto d’interessi del Premier e, dall’altra, si decideva di tenere la legge, che avrebbe dovuto regolamentarlo, nel cassetto al fine di riutilizzare l’argomento nella successiva campagna elettorale. Dalla fine degli anni ’90 quando il governo Prodi introduceva, con il pacchetto TREU, le prime forme di flessibilità contrattuale ( accentuate poi dalla legge BIAGI) che avrebbero costituito il germe di quella dualità del mercato del lavoro che rappresenta uno dei problemi delle nuove generazioni. Dall’indulto votato nella scorsa legislatura, su forte sponsorizzazione dell’allora ministro della giustizia Clemente Mastella, che avrebbe contribuito a “condonare” pene legate a reati finanziari e contabili avvenuti nella pubblica amministrazione. Da un atteggiamento fatto, ancora tuttora, di dura opposizione al governo nei salotti televisivi della politica ma di concreti ammiccamenti al premier nelle aule parlamentari.
Provvedimenti, comportamenti, strategie, decisioni che hanno minato quella superiorità morale che la sinistra poteva vantare, nei confronti della destra, prima della discesa in campo di Berlusconi.
Forse è riduttivo parlare semplicemente di un problema di comunicazione politica. Forse sarebbe opportuno creare un programma credibile, alternativo a quello del PDL,fortemente legato alle esigenze del territorio e ai bisogni quotidiani degli italiani, che faccia partire quella nuova stagione politica auspicata, nel famoso discorso del Lingotto, dall’ex segretario Veltroni.

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