
La firma del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione fra Repubblica Italiana e Repubblica dell’Iraq, firmato a Roma il 23 gennaio 2007, dimostra, senza dubbio, la volontà del nostro paese di svolgere un ruolo di primo piano nel processo di ricostruzione morale, politica e socio-economica dello stato iracheno. Le ragioni di questo impegno affondano le proprie radici nella consapevolezza reciproca dell’esistenza di forti legami storico-culturali tra i rispettivi popoli, oltre che nella necessità di conservare e promuovere tali legami in quanto costitutivi di un patrimonio comune di notevole specificità. La valenza politica di tale Trattato è dimostrata dalla decisione di incoraggiare, nel processo di ricostruzione e rafforzamento delle relazioni tra i due paesi, il coinvolgimento dei rispettivi parlamenti, organizzazioni professionali, istituzioni universitarie e scientifiche, personalità del settore privato, oltre alle tradizionali autorità istituzionali, nello specifico capi di governo ministri, vice-ministri e sottosegretari, che attraverso l’istituzionalizzazione, a tal proposito, di periodici incontri e riunioni, si impegneranno a monitorare costantemente l’effettiva realizzazione delle finalità del trattato. E’ indubbio che tali disposizioni di “controllo” sono rivolte non solo ad dare avvio a nuove e proficue relazioni con la neonata Repubblica dell’Iraq ma anche a favorire una stabilizzazione delle stesse nel tempo, nell’ambito di un più ampio progetto finalizzato ad instaurare un contesto di maggiore libertà, giustizia e sicurezza nella regione Mediorientale. A tal proposito è opportuno che tale trattato contribuisca a dare nuovo slancio al tradizionale impegno del nostro paese, sia singolarmente che come membro dell’Unione Europea, per il raggiungimento di una pace giusta e duratura in tutto il Medioriente, con particolare riferimento alle attuali questioni del conflitto nella striscia di Gaza e del programma atomico dell’Iran, al fine di consolidare il ruolo spettante in futuro a tale regione sulla scena internazionale.
Pertanto, il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione contribuisce in modo decisivo a regolare e programmare la partecipazione dell’Italia alla ricostruzione dell’Iraq dopo un conflitto, iniziato nel marzo 2003 e ancora non ufficialmente terminato, che ha portato alla destituzione di Saddam Hussein ma anche alla distruzione totale di un paese, già fortemente provato dal duro embargo inflittogli durante gli anni della dittatura. Tutti ricordano le vicende diplomatiche e il contesto politico-internazionale che precedettero l’attacco americano: la presunta presenza, clamorosamente smentita dai fatti, di armi di distruzione di massa sul territorio iracheno, l’adozione della dottrina della guerra preventiva da parte dell’amministrazione Bush e la relativa battaglia, portata inutilmente avanti in sede ONU dalla diplomazia americana, per l’approvazione, sulla base dell’art. 42 della Carta dell’ONU, di una risoluzione da parte del Consiglio di Sicurezza che autorizzasse l’uso delle armi in Iraq, le divisioni nell’Unione Europea sugli strumenti opportuni che dovevano essere adottati per la soluzione della crisi. Non si può dimenticare che, all’interno di questo contesto, l’Italia preferì appoggiare politicamente l’azione militare unilaterale degli Stati Uniti, peraltro non avvallata dalla risoluzione ONU n. 1441/2002, anziché sostenere i partners europei, come Germania e Francia, fortemente contrari fin dall’inizio a qualsiasi intervento militare. Pertanto, il nostro paese, compiendo questa scelta, contribuì in modo decisivo alla rottura del fronte europeo acuendo sensibilmente i problemi e le difficoltà, tuttora presenti, dell’Unione Europea di darsi un indirizzo comune nel campo della politica estera e di sicurezza. Sono fatti storico-politici che, pur ribadendo l’importanza di tale trattato con il “nuovo” Iraq, è opportuno non dimenticare. Forse non c’era bisogno di sostenere una guerra per instaurare uno spirito di fiducia tra i due paesi, volto ad alimentare il dinamismo, la creatività e la collaborazione reciproca. Voglio però soffermarmi sulla disposizione secondo la quale “le parti, consapevoli della necessità di incoraggiare la cooperazione, sia a livello bilaterale che multilaterale, e al fine di promuovere lo sviluppo socio-economico delle rispettive popolazioni, con particolare attenzione alle donne, alla prima infanzia, ai giovani ed alle fasce più deboli, provvederanno a definire programmi e progetti specifici riguardanti i settori delle risorse umane, dell’ambiente, delle infrastrutture, energia, sanità, servizi, agricoltura e industria”. L’effettiva realizzazione di tale clausola è, a mio modesto parere, tappa fondamentale per giungere alla vera trasformazione, in senso democratico, dello stato iracheno. Un impegno sicuramente ambizioso e di notevole importanza, in merito al quale sarebbe opportuno fare delle precisazioni circa gli strumenti che si intendano (soprattutto da parte irachena) mettere in atto per garantire alle donne un ruolo di primissimo piano nel processo di ricostruzione del paese, alla luce dei principi enunciati nella Dichiarazione sull’uguaglianza degli uomini e delle donne e sul loro contributo allo sviluppo ed alla pace approvata nel 1975 a Città del Messico, nella Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione delle donne approvata con risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu n. 34/180 del 18 dicembre 1979 e nella risoluzione n. 1820/2008 del Consiglio di Sicurezza, che mette in rilievo la necessità di una piena ed eguale partecipazione delle donne nella prevenzione dei conflitti, nella loro risoluzione e nella costruzione della pace nella fase di post-conflitto. Ritengo che un chiarimento, a tal riguardo, sia atto dovuto rispetto alle notizie allarmanti che giungono dall’Iraq circa la condizione attuale della donna. Secondo, infatti, un rapporto pubblicato dall’organizzazione Oxfam International, insieme all’associazione di donne irachene “Al-Amal”, a partire dall’invasione americana del 2003 il rispetto per i diritti delle donne è fortemente diminuito. Nella grandissima maggioranza delle famiglie irachene viene impedito alle ragazze di andare a scuola, privandole, di fatto, di quel diritto allo studio che costituisce condizione indispensabile per la formazione e la realizzazione personale di qualsiasi individuo. Inoltre, gran parte di esse ha assistito, negli ultimi tre anni, alla vertiginosa riduzione del proprio stipendio. Il dato più interessante di tale indagine è che il 40% delle donne intervistate ha maturato la convinzione che tale situazione di disagio non sia oggetto di adeguata considerazione da parte di coloro che prendono le decisioni sul futuro dell’Iraq. Alla consapevolezza di attraversare una situazione difficile si unisce quindi la convinzione che la stessa non possa mutare, lasciando che la speranza ceda il posto alla rassegnazione. È opportuno, pertanto, illustrare concretamente gli strumenti che il nostro paese e la Repubblica dell’Iraq intendono mettere in pratica per rimuovere quegli ostacoli di ordine economico-sociale che condannano le donne irachene a notevoli restrizioni circa l’esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali nel campo politico, economico, sociale, culturale e civile. In uno stato che voglia definirsi democratico è necessario che tutti gli individui abbiano la possibilità, senza alcuna limitazione di carattere sessuale, di partecipare e contribuire attivamente allo sviluppo e alla pace nel proprio paese. E’ opportuno quindi incoraggiare in tal senso un maggiore impegno del governo iracheno. L’eliminazione di qualsiasi discriminazione fondata sul genere è condizione fondamentale per la costruzione di un Iraq realmente libero, indipendente e democratico.
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