lunedì 19 ottobre 2009

OBAMA: TRA PREMIO NOBEL ED AFGHANISTAN

Molti “addetti ai lavori” hanno accolto con riserve e stupore l’assegnazione del premio Nobel per la pace al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Dal 20 gennaio, giorno del suo insediamento alla Casa Bianca, Obama ha cercato di dimostrare agli americani e al mondo intero che la sua presidenza voleva (e vuole) lasciarsi alle spalle otto anni di amministrazione repubblicana, realizzando quella discontinuità politica, rispetto a George W. Bush, ripetutamente promessa durante l’emozionante campagna elettorale del 2008. Un atteggiamento che, più dei risultati (peraltro scarsi) finora concretamente ottenuti, avrebbe convinto la commissione ad assegnarli il prestigioso riconoscimento. Si è parlato di premio alla strategia della “mano tesa” che, partendo dalla convinzione di poter risolvere i problemi globali solo attraverso il dialogo e il mutuo rispetto tra gli stati, Obama ha provveduto a sostituire alla dottrina della “guerra preventiva” basata anche e soprattutto sulla necessità di un giudizio morale nell’ambito degli affari internazionali e sulla autoconvinzione, in base a tale criterio, che gli Stati Uniti fossero il bene e che altri stati, come Siria, Nord Corea e Iraq, sospettati di appoggio al terrorismo internazionale, rappresentassero il cosiddetto “asse del male” col quale sarebbe stato impossibile relazionarsi diplomaticamente. Un premio, quindi, agli atteggiamenti tenuti fino ad ora dal Presidente americano: la rinuncia allo scudo antimissile previsto da George W. Bush in Polonia e Repubblica Ceca, l’accordo con la Russia per la riduzione delle testate nucleari, la ripresa dei negoziati con l’Iran all’interno del gruppo dei 5+1, il riavvicinamento con la Corea del Nord di Kim Jong-il, l’impegno per l’ambiente e la drastica riduzione dei gas serra, il discorso all’Islam pronunciato al Cairo, la condanna delle tecniche di “interrogatorio rafforzato” utilizzate a Guantanamo e la proposta di chiusura della stessa base militare, la riduzione delle truppe in Iraq, il disgelo con la Siria di Assad.
Ma la patata bollente era e rimane l’Afghanistan. Come farà, dicono i detrattori, il premio Nobel per la pace Obama a giustificare l’ulteriore aumento del contingente in Afghanistan? Come spiegherà l’intensificazione delle operazioni militari americane nella terra dei mullah?
La lotta al terrorismo fondamentalista, che Obama ha giustamente deciso di concentrare in Afghanistan ed in Pakistan, rimane però la priorità assoluta degli Usa in politica estera. Per il Presidente americano il confine tra Afghanistan e Pakistan è “la zona più pericolosa del mondo per gli americani e per il resto della Comunità Internazionale e lo smantellamento di Al Qaeda in Pakistan diventa l’obiettivo primario”. Dal 2001, anno dell’attacco americano al regime talebano, il quadro generale nell’Afpak registra pochi miglioramenti: i talebani e i membri di Al Qaeda hanno trovato rifugio in Pakistan e da qui, riorganizzandosi, hanno potuto rilanciare l’offensiva contro l’esercito regolare afgano e il governo filo-occidentale di Karzai che, probabilmente, sarà rieletto, nonostante l’accertamento di brogli alle recenti elezioni, presidente dell’Afghanistan. La talebanizzazione del Pakistan è una delle innumerevoli conseguenze prodotte da questa guerra e il pericolo che i terroristi islamici si approprino dell’arsenale nucleare di Islamabad è un rischio che le democrazie occidentali non possono correre. Ecco perché Obama sta concentrando i suoi sforzi sull’Afpak. Sforzi che gli hanno permesso di incassare il sostegno dei talebani moderati, disposti a riconoscere il governo di Kabul, e del presidente pakistano Zardari, maggiormente motivato, rispetto al suo predecessore Musharraf, a tagliare i legami tra i talebani e le forze governative. Per varie ragioni, l’Afghanistan rappresenta in questo momento il “Problema”. Innanzitutto per la costante influenza esercitata nel paese dai “signori della guerra”, interessati esclusivamente ad accrescere il loro business attraverso la produzione dell’oppio e il traffico di armi. L’altra ragione, non meno trascurabile è, a mio parere, Karzai. Una guerra per la democrazia, come ci viene propinata da otto anni, non potrà essere combattuta sostenendo un uomo che potrebbe essere rieletto presidente grazie a pesanti brogli elettorali. Allora viene spontaneo chiedermi: che concezione di democrazia abbiamo noi occidentali? Possiamo accettare una democrazia basata sul nulla? Con queste premesse potremo mai riuscire a far interiorizzare agli afgani il metodo democratico?
Penso, anzi sono sicuro, che un premio Nobel per la Pace si sia già posto queste domande, anche più di una volta. Spero però vivamente che, al contrario del sottoscritto, abbia trovato le giuste risposte. E agisca di conseguenza.



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