Il premier Silvio Berlusconi dimostra costantemente di considerare il governo dell’Italia come mera amministrazione di una azienda. Una condotta che trova applicazione in tutti i settori, anche in politica estera, campo in cui (al pari di altri) il premier dovrebbe fornire spiegazioni convincenti sulla condotta del governo, sulla strategia dell’Italia riguardo i rapporti politico-internazionali, sulle motivazioni che portano il nostro paese ad essere, in questo momento, più vicino a personaggi a dir poco discutibili come Putin, Gheddafi e Lukashenko piuttosto che a Sarkozy, alla Merkel, al Presidente Obama. La recente visita ufficiale a Minsk non può che far ulteriormente riflettere. Lukashenko viene considerato, dagli addetti ai lavori, come l’ultimo spietato dittatore presente in Europa. E’ sospettato di violazioni dei diritti umani e brogli elettorali e reprime sistematicamente il dissenso con la pena di morte e il carcere duro. Ha creato, inoltre, durante le ultime elezioni un clima di terrore e minacce che ne hanno condizionato il risultato, confermandolo alla presidenza con l’83% delle preferenze. Osservando i rapporti con Putin e Gheddafi ho sempre pensato, pur non avallandole, che le motivazioni che portavano il premier a coltivare gli stessi fossero esclusivamente commerciali, che l’obiettivo fosse semplicemente l'intensificazione delle relazioni economiche dell’Italia con Russia e Libia, l'aumento degli investimenti dell’imprenditoria italiana, soprattutto del campo energetico, in entrambi i paesi. Motivazioni commerciali così importanti da soppiantare quei valori europei che tradizionalmente l’Italia da più di sessanta anni si impegna a preservare e rafforzare. Ho cercato in un certo senso ( anche se è tremendamente complicato) di giustificare il premier, che per l’ennesima volta aveva pensato, appunto, di presiedere il consiglio di amministrazione di una delle sue innumerevoli aziende e non il governo del paese. Non riuscivo ( e non riesco tuttora) a dimenticare che il mio paese stava facendo affari con chi è sospettato dell’omicidio di Anna Politovskaya e di altri addetti della carta stampata, nonché delle atroci violazioni dei diritti umani in Cecenia, con chi non riconosce le libertà personali e politiche fondamentali, con chi reprime il dissenso e non accetta aprioristicamente il confronto con idee diverse dalle proprie. Poi nei giorni scorsi Berlusconi si reca a Minsk e nell’incontrare Lukaschenko afferma testualmente “grazie a lei e al suo popolo, che so che la ama, e questo è dimostrato anche dai risultati elettorali, che sono sotto gli occhi di tutti”. In pratica una esaltazione del consenso e un ignorare totalmente le modalità attraverso le quali lo stesso è stato costruito. Quel consenso che è diventato, di questi tempi, per il premier una fissazione, l’origine e la giustificazione di qualsiasi decisione politica, lo scudo attraverso il quale cercare di motivare e proteggere le leggi ad personam del suo governo. Un’ossessione che lo ha, forse, portato a recarsi “frettolosamente” a Minsk, per chiedere al suo amico Lukashenko, che di mantenimento del consenso se ne intende, preziosi consigli. Alla luce di alcuni scricchiolii che si registrano, in tal senso, sempre più frequentemente.
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