martedì 23 giugno 2009

VORREI UN PAESE DIVERSO


Vorrei un paese che avesse la capacità di ricoprire un ruolo di primo piano nella soluzione delle principali controversie internazionali: il conflitto israelo-palestinese, la guerra in Afghanistan, la stabilizzazione del Pakistan, la corsa al nucleare dell'Iran.
Vorrei un paese che contribuisse attivamente alla riforma delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza, sempre più ingessati dal sistema dei veti e da un assetto organizzativo che, essendo diretta conseguenza degli equilibri politici prodottisi dopo la fine della seconda guerra mondiale, è ormai ampiamente superato.
Vorrei un paese che avesse, in politica estera, una visione strategica ben definita.
Vorrei un paese che fosse interlocutore privilegiato degli Stati Uniti d' America.
Vorrei un paese che fosse capace di fornire un contributo importante e determinante al processo di costruzione degli Stati Uniti d'Europa.
Vorrei un paese che rispettasse i propri impegni internazionali a favore dei paesi poveri.
Vorrei un paese DIVERSO.
Diverso da QUELLO che offre incondizionata ospitalità ad alcuni dittatori, parziali (Putin) o totali (Gheddafi) che siano, al fine di concludere con gli stessi vantaggiosi accordi economici, soprattutto nel settore energetico.
Diverso da QUELLO che permette ad alcuni di essi di venire in Italia e sciorinare lezioni di democrazia.
Diverso da QUELLO che ritarda il versamento del contributo di 240 milioni di euro al fondo AIDS (voluto fortemente dal nostro paese durante il G8 di Genova del 2001).
Diverso da QUELLO che trasforma puntualmente qualsiasi vertice politico-internazionale in uno spettacolo di cabaret e barzellette.
Diverso da QUELLO che decide di tagliare le risorse destinate al Ministero degli Esteri, sopprimendo ben ventidue consolati in giro per il mondo. Tra questi, oltre ad importanti sedi nel vecchio continente ed in Africa,quello di Detroit ( sede della Crysler, appena acquistata dalla FIAT), di Karachi ( nell’importantissimo Pakistan) e di Gedda (Arabia Saudita).

martedì 9 giugno 2009

RIFLESSIONI IN MERITO ALLA RATIFICA DEL TRATTATO DI AMICIZIA, COOPERAZIONE E PARTENARIATO ITALIA-IRAQ.


PUBBLICO ALCUNE RIFLESSIONI IN MERITO ALLA RATIFICA PARLAMENTARE DEL TRATTATO DI AMICIZIA, COOPERAZIONE E PARTENARIATO TRA ITALIA ED IRAQ, AVVENUTA LO SCORSO MESE DI MARZO.

La firma del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione fra Repubblica Italiana e Repubblica dell’Iraq, firmato a Roma il 23 gennaio 2007, dimostra, senza dubbio, la volontà del nostro paese di svolgere un ruolo di primo piano nel processo di ricostruzione morale, politica e socio-economica dello stato iracheno. Le ragioni di questo impegno affondano le proprie radici nella consapevolezza reciproca dell’esistenza di forti legami storico-culturali tra i rispettivi popoli, oltre che nella necessità di conservare e promuovere tali legami in quanto costitutivi di un patrimonio comune di notevole specificità. La valenza politica di tale Trattato è dimostrata dalla decisione di incoraggiare, nel processo di ricostruzione e rafforzamento delle relazioni tra i due paesi, il coinvolgimento dei rispettivi parlamenti, organizzazioni professionali, istituzioni universitarie e scientifiche, personalità del settore privato, oltre alle tradizionali autorità istituzionali, nello specifico capi di governo ministri, vice-ministri e sottosegretari, che attraverso l’istituzionalizzazione, a tal proposito, di periodici incontri e riunioni, si impegneranno a monitorare costantemente l’effettiva realizzazione delle finalità del trattato. E’ indubbio che tali disposizioni di “controllo” sono rivolte non solo ad dare avvio a nuove e proficue relazioni con la neonata Repubblica dell’Iraq ma anche a favorire una stabilizzazione delle stesse nel tempo, nell’ambito di un più ampio progetto finalizzato ad instaurare un contesto di maggiore libertà, giustizia e sicurezza nella regione Mediorientale. A tal proposito è opportuno che tale trattato contribuisca a dare nuovo slancio al tradizionale impegno del nostro paese, sia singolarmente che come membro dell’Unione Europea, per il raggiungimento di una pace giusta e duratura in tutto il Medioriente, con particolare riferimento alle attuali questioni del conflitto nella striscia di Gaza e del programma atomico dell’Iran, al fine di consolidare il ruolo spettante in futuro a tale regione sulla scena internazionale.

Pertanto, il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione contribuisce in modo decisivo a regolare e programmare la partecipazione dell’Italia alla ricostruzione dell’Iraq dopo un conflitto, iniziato nel marzo 2003 e ancora non ufficialmente terminato, che ha portato alla destituzione di Saddam Hussein ma anche alla distruzione totale di un paese, già fortemente provato dal duro embargo inflittogli durante gli anni della dittatura. Tutti ricordano le vicende diplomatiche e il contesto politico-internazionale che precedettero l’attacco americano: la presunta presenza, clamorosamente smentita dai fatti, di armi di distruzione di massa sul territorio iracheno, l’adozione della dottrina della guerra preventiva da parte dell’amministrazione Bush e la relativa battaglia, portata inutilmente avanti in sede ONU dalla diplomazia americana, per l’approvazione, sulla base dell’art. 42 della Carta dell’ONU, di una risoluzione da parte del Consiglio di Sicurezza che autorizzasse l’uso delle armi in Iraq, le divisioni nell’Unione Europea sugli strumenti opportuni che dovevano essere adottati per la soluzione della crisi. Non si può dimenticare che, all’interno di questo contesto, l’Italia preferì appoggiare politicamente l’azione militare unilaterale degli Stati Uniti, peraltro non avvallata dalla risoluzione ONU n. 1441/2002, anziché sostenere i partners europei, come Germania e Francia, fortemente contrari fin dall’inizio a qualsiasi intervento militare. Pertanto, il nostro paese, compiendo questa scelta, contribuì in modo decisivo alla rottura del fronte europeo acuendo sensibilmente i problemi e le difficoltà, tuttora presenti, dell’Unione Europea di darsi un indirizzo comune nel campo della politica estera e di sicurezza. Sono fatti storico-politici che, pur ribadendo l’importanza di tale trattato con il “nuovo” Iraq, è opportuno non dimenticare. Forse non c’era bisogno di sostenere una guerra per instaurare uno spirito di fiducia tra i due paesi, volto ad alimentare il dinamismo, la creatività e la collaborazione reciproca. Voglio però soffermarmi sulla disposizione secondo la quale “le parti, consapevoli della necessità di incoraggiare la cooperazione, sia a livello bilaterale che multilaterale, e al fine di promuovere lo sviluppo socio-economico delle rispettive popolazioni, con particolare attenzione alle donne, alla prima infanzia, ai giovani ed alle fasce più deboli, provvederanno a definire programmi e progetti specifici riguardanti i settori delle risorse umane, dell’ambiente, delle infrastrutture, energia, sanità, servizi, agricoltura e industria”. L’effettiva realizzazione di tale clausola è, a mio modesto parere, tappa fondamentale per giungere alla vera trasformazione, in senso democratico, dello stato iracheno. Un impegno sicuramente ambizioso e di notevole importanza, in merito al quale sarebbe opportuno fare delle precisazioni circa gli strumenti che si intendano (soprattutto da parte irachena) mettere in atto per garantire alle donne un ruolo di primissimo piano nel processo di ricostruzione del paese, alla luce dei principi enunciati nella Dichiarazione sull’uguaglianza degli uomini e delle donne e sul loro contributo allo sviluppo ed alla pace approvata nel 1975 a Città del Messico, nella Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione delle donne approvata con risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu n. 34/180 del 18 dicembre 1979 e nella risoluzione n. 1820/2008 del Consiglio di Sicurezza, che mette in rilievo la necessità di una piena ed eguale partecipazione delle donne nella prevenzione dei conflitti, nella loro risoluzione e nella costruzione della pace nella fase di post-conflitto. Ritengo che un chiarimento, a tal riguardo, sia atto dovuto rispetto alle notizie allarmanti che giungono dall’Iraq circa la condizione attuale della donna. Secondo, infatti, un rapporto pubblicato dall’organizzazione Oxfam International, insieme all’associazione di donne irachene “Al-Amal”, a partire dall’invasione americana del 2003 il rispetto per i diritti delle donne è fortemente diminuito. Nella grandissima maggioranza delle famiglie irachene viene impedito alle ragazze di andare a scuola, privandole, di fatto, di quel diritto allo studio che costituisce condizione indispensabile per la formazione e la realizzazione personale di qualsiasi individuo. Inoltre, gran parte di esse ha assistito, negli ultimi tre anni, alla vertiginosa riduzione del proprio stipendio. Il dato più interessante di tale indagine è che il 40% delle donne intervistate ha maturato la convinzione che tale situazione di disagio non sia oggetto di adeguata considerazione da parte di coloro che prendono le decisioni sul futuro dell’Iraq. Alla consapevolezza di attraversare una situazione difficile si unisce quindi la convinzione che la stessa non possa mutare, lasciando che la speranza ceda il posto alla rassegnazione. È opportuno, pertanto, illustrare concretamente gli strumenti che il nostro paese e la Repubblica dell’Iraq intendono mettere in pratica per rimuovere quegli ostacoli di ordine economico-sociale che condannano le donne irachene a notevoli restrizioni circa l’esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali nel campo politico, economico, sociale, culturale e civile. In uno stato che voglia definirsi democratico è necessario che tutti gli individui abbiano la possibilità, senza alcuna limitazione di carattere sessuale, di partecipare e contribuire attivamente allo sviluppo e alla pace nel proprio paese. E’ opportuno quindi incoraggiare in tal senso un maggiore impegno del governo iracheno. L’eliminazione di qualsiasi discriminazione fondata sul genere è condizione fondamentale per la costruzione di un Iraq realmente libero, indipendente e democratico.

giovedì 4 giugno 2009

GHEDDAFI, NUOVO "PALADINO" DEI DIRITTI UMANI

Qualche giorno fa ho appreso, con stupore, l’intenzione dell’Università di Sassari di conferire una laurea honoris causa in giurisprudenza al presidente libico Gheddafi.
Un’iniziativa che fa sorgere molte domande: cosa accomuna Gheddafi e il diritto? Quale relazione c’è tra un dittatore sanguinario e il rispetto delle leggi? Possibile che i “professoroni” dell’università sassarese non abbiano individuato personaggi di gran lunga più meritevoli?
Tutti sanno che Gheddafi opprime da decenni il suo popolo. L’immobilismo sociale, tipico di qualsiasi dittatura, si tramuta nell’assenza di spazio per il dissenso politico e per la libertà religiosa, oltre che nella negazione, soprattutto a donne e bambini, dei diritti umani fondamentali.Nonostante ciò, negli ultimi tempi, il colonnello è diventato un interlocutore privilegiato dell’Italia (i due paesi hanno firmato un recente trattato di amicizia), ha ottenuto la presidenza della Commissione ONU per i diritti umani oltre che dell’Unione Africana, è entrato nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed ha, infine, ottenuto la cancellazione del suo paese dalla lista degli “stati canaglia”, cioè dei paesi che supportano logisticamente e finanziariamente il terrorismo internazionale.Onorificenze e riconoscimenti che gli hanno conferito un ruolo di primo piano nella politica internazionale. Un posto tra i grandi della terra che non può direttamente essere collegato alle sue virtù politiche, bensì, dicono i “maligni”, al ruolo decisivo che svolse per il sabotaggio dei negoziati, promossi da Arabia Saudita ed Emirati Arabi durante la conferenza della Lega Araba di Sharm El Sheik del 1 marzo 2003, che avrebbero dovuto garantire l’esilio di Saddam Hussein e, pertanto, la nascita di un Iraq libero, affidato ad un governo provvisorio delle Nazioni Unite. Iniziativa che avrebbe evitato l’attacco americano di circa tre settimane dopo e l’inizio di una guerra drammaticamente sbagliata ma fortemente voluta dall’ex presidente americano Bush.
Un Gheddafi, pertanto, che, diventando partner strategico dell’Occidente a livello politico-economico e nella lotta al terrorismo, deve necessariamente essere riverito in qualsiasi modo. Anche conferendogli la presidenza della commissione ONU per i diritti umani.
Ed il rispetto di essi, di fronte agli interessi economici, passa sempre e vergognosamente in secondo piano.