domenica 30 agosto 2009

LA MINA VAGANTE


E’ risaputo che la concezione del Popolo della Libertà del Presidente della Camera Gianfranco Fini è ben diversa da quella del premier Silvio Berlusconi e dei suoi fedelissimi. Già lo scorso 27 marzo, con il discorso tenuto al congresso fondativo, lo stesso Fini fece immediatamente capire che il PDL non avrebbe dovuto essere un partito del “pensiero unico”, in cui tutti dovevano pensare ed agire secondo i dettami del Premier, bensì che avrebbe dovuto necessariamente basarsi sul dibattito interno, sul confronto reciproco e sulla pari dignità politica e culturale tra forzisti e finiani. Berlusconi, intento in quei giorni ad alimentare il culto della personalità ( ma non era una pratica prettamente di stampo staliniano?) capì ben presto che la convivenza con l’amico Gianfranco, all’interno di un unico soggetto politico, non sarebbe stata facile.
Detto ciò, l’ex leader di AN non ha mancato di evidenziare, in questi mesi, il continuo ricorso ai decreti-legge da parte dell’esecutivo ( peraltro strada perseguita dai governi di qualsiasi colore politico degli ultimi venti anni) e di manifestare idee ben diverse riguardo l’immigrazione. In tal senso, ha esortato a non aver paura del diverso, a capire che prima di tutto quando facciamo riferimento agli immigrati parliamo di persone che scappano da situazioni difficili e che come noi hanno il diritto di costruirsi una alternativa di vita.
L’ultimo affondo sulla legge riguardante il testamento biologico. A tal proposito, Fini ha sottolineato l’intenzione di “impegnarsi per modificare il testo del progetto di legge approvato dal Senato” nel marzo scorso, precisando di considerare "clericali coloro che attribuiscono alla Chiesa il potere di decidere in merito a tali questioni". Affermazioni che hanno provocato un vero e proprio strappo all’interno del PDL. Senza contare i non buoni rapporti che intercorrono negli ultimi tempi tra il Premier ed il Vaticano, tra i vescovi ed il governo. Sul testamento biologico, come in molti altri aspetti, arriviamo in ritardo rispetto ad altri paesi europei ( Francia, Spagna, Gran Bretagna) o agli Stati Uniti, dove già da tempo è permesso al singolo individuo, nel pieno delle capacità d’intendere e di volere, di esprimere il proprio orientamento sui trattamenti sanitari che intende ricevere qualora le stesse, a causa di qualche evento negativo, venissero meno. Il caso di Eluana Englaro ha risvegliato il dibattito attorno a questo tema. Personalmente non saprei come comportarmi in situazioni del genere e ciò costituisce una mia grande debolezza. Ritengo però che se la Chiesa fa espressamente riferimento alla scienza come fonte capace di dimostrare inconfutabilmente la natura umana dell’embrione ( e pertanto, essendo forma di vita, ne sostiene la strenua difesa), in ugual modo dovrebbe aver rispetto della stessa nel momento in cui definisce la morte del cervello e l’elettroencefalogramma piatto come parametri per dichiarare la morte di un individuo. Ma la Chiesa, si sa, ha notevole influenza in Italia. E, riservandomi di trattare (o cercare di trattare) umilmente la questione del testamento biologico nei post successivi, mi preme sottolineare soprattutto come Fini si sia posto in questi mesi su posizioni opposte a quelle del governo. Anche su tale argomento. Distanze, in alcuni casi, abissali che hanno portato addirittura alcuni addetti ai lavori ad ironizzare sulla opportunità di una sua candidatura alla segreteria del Partito Democratico. Da un lato forse il disagio di far parte di una coalizione in cui la Lega propone, un giorno si e l’altro pure, misure contro gli immigrati (su tutte ad esempio il pagamento di una tassa per il rilascio del permesso di soggiorno e la creazione di posti riservati esclusivamente ai milanesi sui trasporti pubblici del capoluogo lombardo). Dall’altro il continuo ricorso, da parte del governo, allo strumento della fiducia, meccanismo che esautora il parlamento delle proprie competenze legislative e di controllo. Sono forse queste le motivazioni che spingono Gianfranco Fini a fare le sue esternazioni. Ma i “maligni” della politica sostengono che il Presidente della Camera, profittando delle difficoltà di Berlusconi nella corsa al Quirinale, a seguito delle vicende d' Addario - Noemi Letizia e dei festini di Palazzo Grazioli e Villa Certosa che ne hanno offuscato l’immagine, stia cercando, ponendosi come baluardo della laicità dello stato, oltre che come promotore di una società multietnica basata sul dialogo e il rispetto reciproco, di allargare il consenso politico attorno alla sua persona (anche e soprattutto nel centro-sinistra) al fine di garantirsi la futura elezione a Capo dello Stato. Se ciò fosse vero ci sta riuscendo benissimo.

venerdì 7 agosto 2009

PERCHE' GLI UGENTINI.....


Ugento. 15 giugno 2008. via Nizza.

Santa Maria di Leuca.6 agosto 2009. Hotel Terminal.

Sono passati quasi 14 mesi dall’orrenda notte in cui il consigliere comunale e provinciale dell’IDV, Peppino Basile veniva trucidato con 19 coltellate, ma la sua morte continua ad essere avvolta dal mistero. Mistero su tutto. Sul movente. Sugli assassini. Sugli eventuali mandanti. Dopo aver assistito, lo scorso giugno, alla presentazione del libro “ Il Sistema”, redatto dalla direttrice del Tacco d’Italia Maria Luisa Mastrogiovanni, ieri sera un’altra serata dedicata al “Giallo di Ugento”. Un libro, quello del giornalista del Nuovo Quotidiano di Puglia Lino De Matteis che, diversamente dal “Sistema” ( avente un taglio maggiormente d’inchiesta e documentale), cerca di ricostruire il clima creatosi nella nostra città dalla notte dell’omicidio. Un anno di silenzi, di appelli lanciati in nome della verità, di paure, di sospetti, di querele, di errori della magistratura e nelle attività di indagine. Un anno che ha portato ad una frattura all’interno della comunità ugentina. Ciò che preme ( o dovrebbe premere) a qualsiasi cittadino ugentino è che si faccia luce su questo efferato delitto. Ma, in tal senso, non si è registrato alcun passo in avanti. Noi cittadini non possiamo stabilire se il movente sia politico-amministrativo piuttosto che passionale o personale. Ciò, come più volte ribadito, è un compito precipuo della magistratura. Ma possiamo e dobbiamo rivendicare con forza la necessità che si faccia luce su ciò che è accaduto quella notte. È un dato di fatto che gran parte della popolazione ugentina si è sempre dimostrata molto restia a prendere posizioni o a parlare pubblicamente di questa vicenda che, come ricordato in uno degli interventi di ieri sera, rappresenta il “fatto di sangue più grave avvenuto in Puglia negli ultimi venticinque anni”. E questo ritengo sia l’aspetto più grave. Si ha paura a parlare di questo omicidio, si ha paura anche di esprimere una semplice opinione sullo stesso ( si fa ciò, parzialmente e nel più completo anonimato, solo nei forum, considerati sempre più come spazi ed occasione per “liberarsi” della rassegnazione e della impotenza che ci caratterizza). Perché una parte consistente di ugentini si priva di un diritto fondamentale come la libertà di espressione? Perché non può o non vuole esprimere ciò che pensa? Perché preferisce non immischiarsi? Perché sceglie di non accorgersi, oltre che di alcuni aspetti della vita pubblica, anche di un omicidio? Abbandonare ciò che Lino De Matteis definisce “eccesso di riservatezza”, oltre ad essere dovere di ogni cittadino, è condizione indispensabile per mantenere vivo il caso Basile e per costruire tra gli ugentini un nuovo senso di comunità.