venerdì 29 gennaio 2010

IL LAVORO CON LA L MAIUSCOLA E' SCOMPARSO

Quali sono i problemi che affliggono i giovani di oggi? La nostra generazione è meno fortunata di quelle precedenti? Quante possibilità abbiamo di costruirci un futuro? A queste domande tenta di fornire una risposta la scrittrice Serena Zoli che nel suo libro, “La generazione fortunata”, offre un quadro degli effetti negativi prodotti dal capitalismo sfrenato degli ultimi anni, concentrandosi sulla costante svalutazione del fattore produttivo lavoro e sulle attuali difficoltà che i giovani devono affrontare per costruirsi un avvenire migliore.“Il lavoro con la L maiuscola è scomparso. Il lavoro che aveva influenzato con la propria etica i comportamenti, che era diventato centro della vita, strada verso la libertà e forma di protagonismo sociale non c’è più". Ora, continua la scrittrice, il problema è trovare un modello alternativo in un mondo peraltro in cui il sindacato ha perso la propria capacità rappresentativa. I giovani non riescono più a fare gruppo e, entrando ed uscendo continuamente dal posto di lavoro, non riescono più a sentire le appartenenze, ad aggregare le idee. Ci deve essere un’alternativa alla mercificazione dei dipendenti, ad un mondo dove si parla ormai solo di contratti di somministrazione e fornitura”. Il testo non intende essere una nostalgica commemorazione del posto fisso (che peraltro non esiste più già da tempo), bensì vuole porre l’accento sulla precarietà del lavoro, fortemente accentuatasi negli ultimi anni, che inevitabilmente diventa precarietà della vita. Ormai non dobbiamo più chiederci se la globalizzazione sia giusta o sbagliata. Su questo punto molti esperti sono intervenuti e continuano a dare il loro contributo. Il vero problema è, invece, ridare dignità e importanza al fattore produttivo lavoro, facendo in modo che esso ritorni ad essere motore dell’economia. I “duraturi” contratti a tempo determinato, le numerose forme di lavoro atipico, gli stage, presentati come importanti occasioni per il raggiungimento di una futura assunzione aziendale (una balla nella grande maggior parte dei casi), non permettono ai giovani di costruirsi un avvenire.

A mio modesto parere, per ovviare a tale situazione, si dovrebbe:


- dare il giusto riconoscimento retributivo (e non solo) alle forme di lavoro precario. È necessario, infatti, fare in modo che anche i lavoratori precari comincino a sentire l’appartenenza all’azienda;



- garantire al lavoratore (a determinate condizioni temporali) tutele nei periodi di inoccupazione.

Durante tali periodi sarebbe opportuno, inoltre, che lo stato (o chi per lui) si impegnasse a ricollocare il lavoratore nel mercato del lavoro, all’interno del settore in cui ha sviluppato, fino al momento della “non conferma del posto di lavoro”, maggiori attitudini, oppure in settori affini. Garanzie di questo tipo permetterebbero di rivalorizzare il Lavoro e, in seconda battuta, di liberare i lavoratori e noi giovani, dal senso di vuoto ed incertezza che ci circonda.

AVANTI CON LE RIFORME

"L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nei modi e nei limiti previsti dalla Costituzione".

Su un'incauta proposta di modifica dell'articolo 1 della nostra Costituzione, da parte del Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, i buoni propositi di dialogo, manifestati dalle forze politiche per il 2010, hanno registrato una battuta d'arresto. Inevitabilmente. Brunetta avanzando l'ipotesi di riforma anche della prima parte della costituzione, ha affermato, nello specifico, che l'articolo 1, così impostato, non "significa nulla". Dire che la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro non significherebbe assolutamente nulla. Un'esternazione, a mio parere, poco felice che potrebbe ironicamente motivarsi con la ferma volontà del governo di far passare come inadeguato e "retrò" tutto ciò che si richiami (anche lontanamente) all'ideologia comunista. Ipotesi, peraltro, avvalorata da un fazioso articolo apparso stamane su Il Giornale di Vittorio Feltri. Oppure si potrebbe retoricamente affermare che essendoci poco lavoro, sopratutto nel mezzogiorno, l'articolo 1 della costituzione rappresenti una presa per i fondelli nei confronti degli italiani e che, pertanto, sia arrivato il momento, in uno slancio di sincerità verso i cittadini, di sostituire la parola lavoro o  cambiare interamente l'articolo 1.
Qualunque sia la motivazione si aprirebbe però un'altra questione: come si intenderebbe sostituire la parola lavoro? Con "evasione fiscale"? Con "lobbies"? Con "caste"? Con "mercato" ? Oppure con "complicità" unica ragione, secondo il grande Montanelli, che teneva e tiene uniti gli italiani?

A.A.A. CERCASI SENSIBILITA' POLITICA

 


Aveva promesso durante la campagna elettorale dello scorso anno di cambiare gli Stati Uniti d’America, messi in ginocchio dalla disastrosa amministrazione repubblicana degli anni precedenti. Fin dalla sua discesa in campo Barack Obama si è fatto promotore di una politica avente come obiettivo principale la riunificazione della società americana, lacerata da scellerate ed inique politiche fiscali, dalla guerra al terrorismo fondamentalista, da un approccio tendenzialmente ideologico nella trattazione di spinose questioni ( cellule staminali, aborto, conflitti in Afghanistan ed Iraq).  I valori comuni hanno rappresentato e rappresentano la piattaforma della politica di Obama. Il dialogo è la via maestra sia in politica interna che estera. Le relazioni internazionali non sono più sottoposte ad un giudizio morale, ad una misera e facile divisione del bene dal male e la politica interna è incentrata su progetti ambiziosi, sul tentativo di realizzare riforme considerate “necessarie e non più procrastinabili”, anche a costo di rompere equilibri politico-economici decennali. Ecco il coraggio, l’andare oltre l’ostacolo. Rendersi finalmente conto di ciò che non funziona o di ciò che è totalmente mancante per migliorarlo e renderlo più efficiente o per tentare, addirittura, di costruirlo. La riforma sanitaria è stata una delle promesse di Obama in campagna elettorale, oltre che il “cruccio” politico di tante amministrazioni democratiche del passato. Ha ritenuto che l’assenza di copertura finanziaria delle cure mediche per 47 milioni di americani fosse un problema non più trascurabile, un bisogno impellente che una democrazia avanzata come quella americana non poteva più sottrarsi dall’affrontare, che la politica doveva tornare ad occuparsi concretamente dei problemi dei cittadini. E ha cercato, in tal senso, di ottenere un consenso bipartisan più ampio possibile. Un dialogo che, nonostante la dura contrapposizione delle lobbies assicurative, comincia  a dare i suoi frutti con i primi via libera del Congresso a un progetto che estenderà la copertura assicurativa a 34 milioni di americani. Ma ciò che mi preme sottolineare è la sensibilità che caratterizza la attuale classe dirigente americana nell’individuare le vere esigenze del paese, il fatto che Obama sia consapevole della necessità di agire, adottando anche provvedimenti coraggiosi che possano, almeno parzialmente, soddisfarle. Anche l’Italia ha un bisogno impellente di riforme economico-sociali. Ma le uniche riforme (o mascherate come tali) di cui si sente parlare sono quelle della giustizia. Mentre il mercato del lavoro e gli ammortizzatori sociali, due dei settori bisognosi di concreti ripensamenti, vengono volontariamente lasciati ai margini di qualsiasi confronto o dibattito.