Quali sono i problemi che affliggono i giovani di oggi? La nostra generazione è meno fortunata di quelle precedenti? Quante possibilità abbiamo di costruirci un futuro? A queste domande tenta di fornire una risposta la scrittrice Serena Zoli che nel suo libro, “La generazione fortunata”, offre un quadro degli effetti negativi prodotti dal capitalismo sfrenato degli ultimi anni, concentrandosi sulla costante svalutazione del fattore produttivo lavoro e sulle attuali difficoltà che i giovani devono affrontare per costruirsi un avvenire migliore.“Il lavoro con la L maiuscola è scomparso. Il lavoro che aveva influenzato con la propria etica i comportamenti, che era diventato centro della vita, strada verso la libertà e forma di protagonismo sociale non c’è più". Ora, continua la scrittrice, il problema è trovare un modello alternativo in un mondo peraltro in cui il sindacato ha perso la propria capacità rappresentativa. I giovani non riescono più a fare gruppo e, entrando ed uscendo continuamente dal posto di lavoro, non riescono più a sentire le appartenenze, ad aggregare le idee. Ci deve essere un’alternativa alla mercificazione dei dipendenti, ad un mondo dove si parla ormai solo di contratti di somministrazione e fornitura”. Il testo non intende essere una nostalgica commemorazione del posto fisso (che peraltro non esiste più già da tempo), bensì vuole porre l’accento sulla precarietà del lavoro, fortemente accentuatasi negli ultimi anni, che inevitabilmente diventa precarietà della vita. Ormai non dobbiamo più chiederci se la globalizzazione sia giusta o sbagliata. Su questo punto molti esperti sono intervenuti e continuano a dare il loro contributo. Il vero problema è, invece, ridare dignità e importanza al fattore produttivo lavoro, facendo in modo che esso ritorni ad essere motore dell’economia. I “duraturi” contratti a tempo determinato, le numerose forme di lavoro atipico, gli stage, presentati come importanti occasioni per il raggiungimento di una futura assunzione aziendale (una balla nella grande maggior parte dei casi), non permettono ai giovani di costruirsi un avvenire.
A mio modesto parere, per ovviare a tale situazione, si dovrebbe:
- dare il giusto riconoscimento retributivo (e non solo) alle forme di lavoro precario. È necessario, infatti, fare in modo che anche i lavoratori precari comincino a sentire l’appartenenza all’azienda;
- garantire al lavoratore (a determinate condizioni temporali) tutele nei periodi di inoccupazione.
Durante tali periodi sarebbe opportuno, inoltre, che lo stato (o chi per lui) si impegnasse a ricollocare il lavoratore nel mercato del lavoro, all’interno del settore in cui ha sviluppato, fino al momento della “non conferma del posto di lavoro”, maggiori attitudini, oppure in settori affini. Garanzie di questo tipo permetterebbero di rivalorizzare il Lavoro e, in seconda battuta, di liberare i lavoratori e noi giovani, dal senso di vuoto ed incertezza che ci circonda.

