mercoledì 31 marzo 2010

LA RIBELLIONE CONTINUA SOTTO SUPERFICIE


L’attentato di due giorni fa nella Metropolitana di Mosca segna il prepotente ritorno sulla scena internazionale del terrorismo di matrice islamica. A rivendicarlo un gruppo ceceno legato ad Al Qaeda. Il Caucaso è indubbiamente un’area geopolitica che, con i suoi molteplici oleodotti e gasdotti, legati agli stabilimenti off-shore del Mar Caspio, attira molteplici attenzioni da parte delle potenze internazionali. Ancora una volta il controllo delle risorse energetiche è la causa principale di un conflitto. Sulla questione caucasica il Cremlino subisce la differenza di vedute (peraltro sempre più frequente) di Medvedev e Putin.  Se il primo non manca occasione di sottolineare la necessità che in Cecenia siano rispettati i diritti umani, più volte violati dall’esercito di Mosca, il secondo, subito dopo l’attentato, si è affrettato a ribadire, per l’ennesima volta, che l’obiettivo primario della Russia deve essere “l’eliminazione dei terroristi”. Ad ogni costo. Ma quale è il ruolo della religione islamica nella guerriglia cecena?  Cosa sta succedendo a Grozny?
La mano forte del delfino di Mosca, Kadyrov, ha prodotto una apparente pacificazione. Il suo autoritarismo, oltre a non stabilizzare la regione, ha rafforzato i fondamentalisti islamici, capaci di attingere anche e soprattutto dalla popolazione civile, sempre più martoriata dalla grave crisi economico-sociale che caratterizza il paese.
Sono inoltre ancora frequenti gli episodi di corruzione, mafia e abusi degli amministratori locali,  rapimenti. Eppure, Kadyrov continua a parlare di "prosperità", "stabilità" e "felicità del popolo ceceno".  Grozny è stata ricostruita, ma la sbandierata stabilità è un mito creato ad arte, in Cecenia come in Russia, dai media. La ribellione non è terminata, ma continua sotto superficie, si riversa nelle confinanti repubbliche del Daghestan, dell' Inguscezia, del Tatarstan, fino a spingersi nelle province russe. Tale 'stabilità' è la stabilità della tirannia, non della pacificazione e della democrazia. Oggi nessuno osa opporsi agli abusi delle autorità, perché ogni tentativo di ottenere giustizia è spento dalle conseguenze in cui si potrebbe incorrere: rapimenti, persecuzioni e torture, unica lingua conosciuta da poliziotti e paramilitari.

lunedì 8 marzo 2010

IL FANTASMA DI UN PARTITO

 

Circa una settimana fa Ernesto Galli della Loggia si è visto censurare dal Corriere della Sera un articolo riguardante il PDL e il suo "stato di salute". Una notizia che sul momento aveva suscitato in me molta incredulità. Poi alcuni giorni dopo, apprendo da internet che Marina Berlusconi ha fatto il suo ingresso, seppur con una quota minoritaria, anche nel consiglio d'amministrazione del Corriere. In quel momento i conti sono clamorosamente tornati.  

RIPORTO INTEGRALMENTE L'ARTICOLO DI GALLI DELLA LOGGIA

IL FANTASMA DI UN PARTITO



La plastica si sta squagliando? Sembrerebbe. Certo è che coloro che si erano illusi dopo le elezioni del 2008 che il Pdl fosse diventato un partito più o meno vero, qualcosa di più di una lista elettorale, sono costretti ora a ricredersi. Non era qualcosa di più: spesso, troppo spesso, era qualcosa di peggio. Una corte, è stato autorevolmente detto.
Ma a quel che è dato vedere pare piuttosto una somma di rissosi potentati locali riuniti intorno a figuranti di terz’ordine, rimasuglio delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima Repubblica. E tra loro, mischiati alla rinfusa — specie nel Mezzogiorno, che in questo caso comincia dal Lazio e da Roma— gente dai dubbi precedenti, ragazze troppo avvenenti, figli e nipoti, genti d’ogni risma ma di nessuna capacità. E’ per l’appunto tra queste fila che a partire dalla primavera dell’anno scorso si stanno ordendo a ripetizione intrighi, organizzando giochi e delazioni, quando non vere e proprie congiure (e dunque non mi riferisco certo all’azione del Presidente Fini, il quale, invece, si è sempre mosso allo scoperto parlando ad alta voce), allo scopo di trovarsi pronti, con i collegamenti giusti, quando sarà giunto il momento, da molti dei cortigiani giudicato imminente, in cui l’Augusto sarà costretto in un modo o nell’altro a lasciare il potere.
Da quel che si può capire, e soprattutto si mormora, sono mesi, diciamo dalla famigerata notte di Casoria, che le maggiori insidie vengono a Berlusconi e al suo governo non già dall’opposizione ma proprio dalla sua stessa parte, se non addirittura dalle stesse cerchie a lui più vicine. Al di là di ogni giudizio morale tutto ciò non fa che mettere in luce un problema importante: perché mai la destra italiana, durante la bellezza di quindici anni, e pur in condizioni così favorevoli, non è riuscita che a mettere insieme la confusa accozzaglia che vediamo? Perché non è riuscita a dare alla parte del Paese che la segue, e che tra l’altro è quasi sicuramente maggioritaria sul piano quantitativo, niente altro che questa misera rappresentanza? Certo, hanno influito di sicuro la leadership di Berlusconi e la sua personalità.
Il comando berlusconiano, infatti, corazzato di un inaudito potere mediatico- finanziario, non era tale da poter avere rivali di sorta assicurandosi così un dominio incontrastato che almeno pubblicamente ha finora messo sempre tutto e tutti a tacere; la personalità del premier, infine, ha mostrato tutta la sua congenita, insuperabile estraneità all’universo della politica modernamente inteso. E dunque anche alla costruzione di un partito. La politica, infatti, non è vincere le elezioni e poi comandare, come sembra credere il nostro presidente del Consig l i o ; è prima a v e r e un’idea, poi certo vincere le elezioni, ma dopo anche convincere un paese e infine avere il gusto e la capacità di governare: tutte cose a cui Berlusconi, invece, non sembra particolarmente interessato e per le quali, forse, un partito non è inutile.
Ma se è vero che il potere e la personalità del leader sono state un elemento decisivo nell’impedire che la Destra esprimesse niente altro che Forza Italia e il Pdl, è anche vero che né l’uno né l’altra esauriscono il problema. Che rimanda invece a caratteristiche di fondo della società italiana che come tali riguardano tanto la Destra che la Sinistra. In realtà, il verificarsi simultaneo della caduta del Muro di Berlino e di Mani pulite ha significato la fine virtuale di tutte le culture politiche che la modernità italiana era riuscita a mettere in campo nel Novecento (quella fascista avendo già fatto naufragio nel ’45). È quindi rimasto un vuoto che il Paese non è riuscito a colmare. Non si è affacciata sulla scena nessuna visione per l’avvenire, nessuna idea nuova, nessun’indicazione significativa, nessuna nuova energia realmente politica è scesa in campo. Niente.
Il risultato è che in Italia i capi politici più giovani hanno come minimo superato la cinquantina. Ma naturalmente il vuoto è più sensibile a destra, e più sensibili ne sono gli effetti negativi, perché lì la storia dell’Italia repubblicana non ha costruito nulla e dunque non ha potuto lasciare alcun deposito; che invece è rimasto solo nel centro-sinistra, erede di un ininterrotto sessantennio di governo del Paese tanto al centro che alla periferia. Così come nel centro-sinistra sono rimasti quasi tutti i vertici della classe politica che fu cattolica o comunista, portando in dote la propria esperienza e le proprie capacità. Mentre alla Destra è toccato solo il resto: a cui poi, per il sopraggiunto, generale, discredito della politica, non si è certo aggiunto il meglio del paese.